Una canalizzazione di Damiano sull’animo umano e sul valore delle parole altrui
L’animo umano soffre due grandi dolori:
quello di non essere visto
e quello di essere visto male.
Il primo è il dolore del vuoto.
Il secondo è il dolore del fraintendimento.
Molti conoscono il primo.
Ma pochi sanno quanto sia tagliente il secondo:
offrire qualcosa di profondo, di autentico,
e vederselo restituito come superbia, come pretesa, come arroganza.
Ecco allora che si fa viva la ferita del giudizio.
Uno sguardo, una frase, una critica possono diventare lame.
Ma anche specchi.
Nel momento in cui ricevi un giudizio, il tuo compito non è né accoglierlo ciecamente, né respingerlo per paura.
Il tuo compito è osservarlo.
Con occhi limpidi. Con ascolto profondo.
Come distinguere un’accusa che rivela da una che intossica?
C’è un solo strumento: l’ascolto.
• Se ti scuote e ti accende, se senti di essere stato messo a nudo:
forse c’è una verità scomoda da guardare.
• Se ti svuota e ti spegne, se ti toglie luce e dignità:
stai assorbendo l’ombra dell’altro.
Non tutto ciò che ferisce è vero.
Non tutto ciò che illumina è comodo.
Discernere è la vera arte.
Molte critiche sono solo proiezioni.
Chi ha un ego fragile spesso percepisce come minaccia ciò che è semplice chiarezza.
Chi non ha fatto certi passaggi interiori scambia la maturità per presunzione.
E allora, ecco la frase:
“Ti metti sul piedistallo.”
Ma chi ha davvero camminato non ha bisogno di elevarsi.
Non è salito. È emerso.
Ha attraversato ombre, ferite, solitudini, e ora parla da un luogo che ha scavato dentro di sé.
Eppure, chi lo ascolta da lontano può vedere solo la distanza. Non il viaggio.
Chi ha trasformato la propria sofferenza in visione
è spesso accusato da chi non è pronto a guardarsi.
Chi porta parole vive
è spesso giudicato da chi non ha ancora imparato ad ascoltare.
Chi si è tolto la maschera
è spesso attaccato da chi non sa vivere senza.
Ma non è arroganza camminare avanti.
Non è superbia custodire verità.
Non è pretesa parlare da un luogo interiore maturato nel tempo.
Parla quando senti verità.
Taci quando senti protezione.
E scegli con amore dove lasciare fiorire ciò che hai dentro.
Di fronte al fraintendimento, nasce una tentazione: chiudersi.
Smettere di condividere.
Perché farlo sembra inutile, o addirittura dannoso.
Ma c’è una differenza sottile e vitale:
Il silenzio come rifugio è sacro.
È il gesto dell’albero che si ritira in inverno per rigenerarsi.
Il silenzio come punizione è una prigione.
È un modo per ferirsi da soli.
Tacere, sì. Ma non per vendetta o paura.
Tacere per custodire.
Tacere per proteggere il proprio fuoco.
E tornare a parlare quando e dove la parola potrà accendere altri fuochi.
Parla da un luogo vero. Non per convincere. Ma per esistere.
E ricorda sempre:
Tu sei sacra anche quando vieni fraintesa.
Tu sei intera, anche quando gli altri ti vedono in pezzi.
