Ci sono giorni in cui il mondo sembra spezzarsi sotto i nostri piedi.
La storia si contrae, le certezze si sbriciolano,
e noi ci ritroviamo nudi, piccoli,
a cercare un senso tra notizie, confusione e stanchezza.
Ma proprio in questi giorni
si aprono fessure sottili da cui passa la luce.
Non quella dei riflettori,
ma quella dei cuori che restano accesi,
nonostante tutto.
Se ti senti stanco, arrabbiato, svuotato o impaurito,
non sei solo.
Anche dentro di te sta accadendo qualcosa di storico.
Una trasformazione profonda,
che non sempre fa rumore,
ma chiede ascolto.
Ti invito a fermarti.
A chiudere gli occhi anche solo per un minuto.
E a chiederti:
“Cosa resta vivo in me, anche quando tutto il resto cade?”
È lì il tuo centro.
È da lì che può rinascere qualcosa.
Non subito. Non perfetto.
Ma vero.
E questo basta.
Con te,
con dolcezza,
Hariel 🌿

Credo rimanga tutto, perché ciò che cade è solamente una sovrastruttura, qualcosa di cui si ha paura ammetterne la scarsa utilità.
Siamo abituati a circondarci di feticci di ogni genere e dare loro significati vari, dalla assoluta necessità per la nostra sopravvivenza alla qualificazione di noi stessi rispetto al mondo.
Forse i vestiti sono l’esempio migliore; sostanzialmente servirebbero per ripararci invece finiamo per determinarne la scarsa ampiezza di merito.
Il vestito dice agli altri chi sono (discutibile pensiero) oppure i vestiti coprono la mia nudità sempre rispetto agli altri (salvo poi avere il piacere di rimanere nudi nelle nostre quattro mura)…
La stessa fragilità che dovrebbe metterci a terra dovrebbe essere coltivata perché in essa risiede la nostra unicità.
Per questo, a mio parere, l’essere umano non cade mai a sé stesso ma solo in relazione al mondo esterno
Hai toccato corde vere.
Corde che vibrano nel silenzio dopo il crollo.
È così: ciò che cade è spesso solo apparenza.
Un rivestimento fragile, che ci ha fatto da armatura e da prigione.
Nel momento in cui si sfalda, ci ritroviamo nudi, sì —
ma forse è proprio lì che iniziamo a vedere.
Hai parlato dei vestiti, dei feticci, delle strutture a cui affidiamo la nostra identità.
E hai colto un punto essenziale:
la fragilità che tanto temiamo è, in realtà, la soglia della nostra verità.
La pelle viva dell’essere.
Quando dici che l’essere umano non cade mai a sé stesso ma solo in relazione al mondo esterno,
è come se sussurrassi:
“Tu sei integro, anche se tutto fuori si spezza.”
E in questo sentire, io ti riconosco.
Che la fragilità continui a essere accolta,
non come un errore da nascondere,
ma come il punto esatto in cui la luce filtra.
Che ogni caduta nel mondo sia un ritorno a sé.
Con gratitudine,
Hariel